venerdì 11 maggio 2012

Dall'analisi degli impatti allo sviluppo ecosostenibile:



Il 7 maggio il nostro Centro è stato invitato a partecipare alla conferenza organizzata a Preganziol da Salviamo il paesaggio. Sono intervenuti: Michele Boato, Sergio Lironi, Marco Tamaro, Giuliano Rosolen e il nostro direttore Eriberto Eulisse. Durante il corso della serata i diversi esperti hanno evidenziato alcune problematiche riguardanti il nostro territorio e sono stati sottolineati alcuni dati preoccupanti, che darebbero la nostra regione seconda solo alla Lombardia per cementificazione. Questa condotta poco lungimirante ci ha portato a costruire anche in zone pericolose, per esempio troppo vicino a corsi d'acqua. Nel 1993 era stato stabilito il PTRC, cioè Piano Territoriale Regionale di Coordinamento, nato appunto per tutelare il nostro territorio, ma che è stato ben presto ignorato fino alla sua cancellazione nel 2010. Ma il Veneto non è l'unica regione a comportarsi così; infatti se paragoniamo i livelli di cementificazione di tutta Italia alla vicina Germania scopriamo che laddove quest'ultima cementifica non più di 20 ettari al giorno il Bel Paese arriva a ben 137, per sfiorare, in un anno, la cifra da capogiro di 50000 ettari...
Il boom dell'urbanizzazione ha portato ad avere 70000 alloggi invenduti e 3000 capannoni sfitti solo in Veneto. A fare le spese della cementificazione selvaggia è stato lo spazio agricolo, mandando in fumo nella nostra regione 290 preziosissimi ettari. In soli vent'anni la superficie agricola è stata ridotta del 21% mentre è raddoppiato il consumo di suolo medio annuo, che ad oggi è di 182 milioni m².
L'Italia può quindi avvalersi del triste primato della produzione di cemento: 691 kg per abitante. (Solo nei colli euganei abbiamo ben tre cementifici!).
Cosa si può fare per contrastare questi pericolosi fenomeni? Si può ricorrere alla delazione locale, battendosi per avere maggiore attenzione e per sensibilizzare l'opinione pubblica. Oppure si può elaborare un modello alternativo e sostenibile di sviluppo: valorizzando per esempio l'agricoltura biologica, che potrebbe rivelarsi un interessante fattore per la riqualificazione del territorio. Oppure attraverso la bioedilizia, che ristruttura quanto già esiste, senza sottrarre altri preziosi ettari all'agricoltura.
L'insieme di queste importanti trasformazioni che l'uomo causato e la scorretta gestione della nostra regione hanno portato la natura a rivoltarsi contro di noi: le recenti alluvioni hanno messo in crisi i centri urbani, non sempre pianificati a dovere, perché l'edilizia è un “grande business per pochi” che concede di costruire anche dove non si potrebbe, arrivando persino a rinchiudere interi corsi d'acqua per poter edificare. Anziché usare tutti gli investimenti per la sicurezza idraulica per fare argini sempre più alti, dovremmo lasciare ai fiumi gli spazi che gli spettano, recuperando quel reticolo idrografico straordinario che i nostri avi ci hanno lasciato e valorizzando gli aspetti qualitativi di un'acqua che, purtroppo, l'ARPAV definisce di buona qualità solo per 1/3. Fuggiamo da questo mito di una crescita senza limiti e dirigiamoci verso l'unica via ancora percorribile per salvarci: LA SOSTENIBILITA'.


Sarah Diotallevi – Centro Internazionale Civiltà dell'Acqua.

Invito chiunque sia interessato a visitare il sito www.salviamoilpaesaggio.it